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Dopo l'asportazione di un carcinoma epatico nei pazienti con epatite C il rischio di recidiva si riduce con il trattamento

L'interferone allontana la recidiva

L'interferone aiuta a prevenire le recidive del tumore del fegato nei soggetti con epatite C. E' quanto emerge da uno studio multicentrico coordinato dall'Istituto nazionale dei tumori di Milano e realizzato in quattro ospedali di Milano, Torino, Genova e Napoli.

Nello studio sono stati coinvolti 150 pazienti con età media di 65 anni con epatite C cronica o cirrosi, e operati per asportare un carcinoma epatico. Metà dei pazienti è stata sottoposta alla terapia con interferone alfa (3 milioni di unità tre volte la settimana per 48 settimane), mentre gli altri non hanno ricevuto alcun trattamento dopo l'asportazione del tumore.

A quattro anni dalla rimozione del carcinoma la percentuale di pazienti in cui il tumore si è ripresentato è risultata del 30 per cento più bassa nel gruppo trattato con l'interferone rispetto al gruppo non trattato. L'interferone sembra quindi in grado di ridurre l'infiammazione dovuta all'epatite C, ma anche di diminuire il rischio di recidiva di un tumore epatico, evento molto frequente in questo tipo di pazienti.

Va ricordato, tuttavia, che il trattamento con l'interferone alfa ha effetti collaterali importanti, tanto che solo un numero ridotto dei soggetti inizialmente arruolati ha portato a termine la sperimentazione. Gli stessi ricercatori milanesi riconoscono che l'interferone ha la capacità di ridurre le recidive di tumore del fegato purché sia possibile somministrarne dosi sufficienti.

Le conclusioni dello studio italiano (che non ha ricevuto alcun supporto economico dalle aziende produttrici del farmaco impiegato) si aggiungono ai risultati di alcune ricerche condotte in precedenza in Giappone, che avevano messo in luce come il rischio di recidive del tumore del fegato avesse un andamento caratterizzato da due picchi a 2 e a 4 anni dall'intervento. L'interferone sembra efficace soprattutto sulle recidive tardive, cioè quelle che si osservano a oltre 2 anni dalla rimozione, che sarebbero dovute al persistere dello stimolo cancerogeno legato alla presenza del virus dell'epatite C.

Fonte: Hepatology 2006; 44: 1543

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