Biochip individua il tumore basta una goccia di sangue
Testato su 1400 veneti da cento scienziati: tra un anno al letto del malato. I medici: lo scopre nella fase iniziale, può salvare molte vite
VENEZIA — Si chiama «biochip ottico» e individua i tumori con grande anticipo rispetto alle indagini diagnostiche tradizionali perchè li rileva nella fase iniziale, quando non sono ancora visibili, scovandone contemporaneamente più marcatori, cioè le sostanze che producono. Il microdispositivo (misura mezzo centimetro quadrato) segnala fino a cento diversi marker in una sola goccia di sangue per poi, tramite lettore, inviare l’immagine del profilo molecolare del paziente al medico curante, messo così nelle condizioni di intervenire tempestivamente. E’ l’ultima frontiera della diagnosi precoce, concepita nell’ottica di salvare molte vite umane e contenere la spesa sanitaria relativa alle terapie applicate alle neoplasie in stadio avanzato.
scienziati, capaci di identificare oltre 30 nuovi biomarcatori. Il tutto per un costo di 8 milioni di euro (5 erogati dal Miur) e quattro anni di studi, condotti su 1400 pazienti veneti, metà dei quali colpiti da tumore e gli altri 700 sani o affetti da patologie non neoplastiche. La sofisticata strumentazione è stata sperimentata su adenocarcinoma della mammella, del colon-retto, della prostata e dell’ovaio e sull’epatocarcinoma del fegato. «Il chip funziona bene su fegato e intestino — spiega il professor Massimo Gion, responsabile scientifico dell’Abo — riconosce meglio la presenza del tumore. L’ha rilevato, in fase iniziale, nei soggetti affetti da cirrosi epatica, l’80% dei quali ha
effettivamente sviluppato la neoplasia dopo un anno. La fase successiva dello studio prevede di testare la strumentazione su una più ampia popolazione cirrotica, regionale o nazionale ».
Non a caso al progetto collabora il professor Angelo Gatta, direttore del Dipartimento di Medicina clinica sperimentale epatologie molecolari dell’Università di Padova e a capo del Centro regionale malattie del fegato. «Il biochip, prodotto in 1800 unità, nel giro di un anno potrà passare alla pratica clinica — dice Gatta — ed essere usato anche al di fuori del laboratorio in senso stretto. Per essere portato, per esempio, al letto del malato: pensiamo soprattutto agli anziani, più bisognosi di monitoraggio costante. La diagnosi precoce consente di intervenire con buoni risultati quando il tumore è allo stadio iniziale. Quando è diffuso, le possibilità di contrastarlo sono inferiori». «In futuro potremmo impiegare il biochip negli screening di massa — aggiunge l’assessore alla Sanità, Sandro Sandri — sottoponendo il paziente ad un semplice prelievo di sangue. La Regione punta sulla prevenzione in molti ambiti, ma quello dei tumori è un fronte particolarmente importante, per il timore che incute nella gente, per i suoi esiti troppo spesso infausti, per i costi umani e sociali che comporta. Oggi abbiamo un’occasione in più per combatterlo ».
Il Progetto ha permesso di attivare una banca biologica che conserva oltre 21 mila campioni e i dati clinici di 1300 persone incluse nello studio, e di arrivare a una revisione della letteratura scientifica attraverso l’esame di 19 mila lavori.
Michela Nicolussi Moro
26 settembre 2009
fonte: http://corrieredelveneto.corriere.it/























